Prefazione del libro a cura di Lella Antinozzi

Sono molteplici i motivi per cui ritengo che questo libro debba essere diffuso. Conosco Giovanni Lattanzi da parecchi anni, eravamo quindicenni quando ci siamo incontrati nei corridoi del liceo romano che frequentavamo entrambi.

Succede a volte che la vita ti affianchi degli amici particolari, di quelli che rimangono vicini anche dopo anni di lontananza, anche cambiando patria, come quando, dopo un periodo oramai lungo in cui vivevo ad Amsterdam, mi ritrovai Giovanni come vicino di casa. Tra- sferito lì anche lui. Il caso ha poi voluto che Giovanni diventasse un pittore eccelso e la sottoscritta una critica d’arte contemporanea.

Ho avuto così il piacere di seguire gran parte del suo excursus arti- stico, caratterizzato da mostre molto apprezzate sia in Italia che all’e- stero. Una di queste, la memorabile performance del 2003 presso la Galleria Arturarte, nei pressi di Roma, lo ha visto dipingere in due giorni ben 37 ritratti in grande scala. Ritratti a persone del pubblico. Il vernissage, iniziato con una lunga serie di tele bianche che riempi- vano i 1000 mq della galleria – un capannone industriale a nord di Roma – è durato due giorni, il tempo di dipingere un ritratto per ogni tela. Straordinaria l’energia quasi inesauribile con la quale Giovanni Lattanzi condusse la performance. In ogni dipinto era riuscito a far emergere, con linee essenziali, l’interiorità della persona ritratta. Non per nulla alla mostra era stato dato il titolo di Ritratti dell’Essere. La capacità di rendere, con pochi, rapidi tratti, l’essenza di ciò che viene rappresentato – non importa cosa – è senza dubbio la qualità mag- giormente apprezzata del suo fare artistico, che negli anni si è svilup- pato anche nel campo della poesia. Una poesia anche questa essen- ziale, sintetica, nella quale le pause, il non detto, danno forza alle parole che non hanno bisogno di essere numerose. Una poesia che

 

comunica il dialogo vivo, a volte commosso, con il proprio mondo interiore e con la magia dell’esistenza. Le poesie presenti in questo libro e che ci accompagnano per tutto il suo svolgersi, sono state scelte perché legate ai processi di guarigione che Giovanni Lattanzi ha vis- suto attraverso l’uso dell’Ayahuasca prima e del Kambo o dell’Iboga, poi. Anche il quadro in copertina, il ritratto della rana del Kambo, è un’opera di Giovanni Lattanzi. Queste opere sono il suo modo di esprimere gratitudine verso queste ‘medicine’ che sono degli autentici doni di madre natura.

Ho posto la parola medicine tra virgolette non a caso. Non pos- siamo difatti non notare che, in quanto occidentali del terzo millen- nio, siamo abituati a considerare le medicine come prodotti in scatola provenienti da case farmaceutiche e comprate in farmacia, dimenti- cando che da sempre l’uomo ha potuto guarire i suoi mali accedendo al mondo della natura e al potere insito nel corpo di guarire sé stesso. E non solo gli indigeni delle foreste pluviali del pianeta, ma anche gli appartenenti alla nostra società. Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per ricordare che fino agli anni ’50 del Novecento i farmacisti erano in grado di fornire al pubblico i preparati del loro laboratorio e che curavano innanzitutto usando rimedi naturali.

Non vorrei indugiare troppo sul tema spinoso della presa in gestione della nostra salute da parte delle multinazionali farmaceuti- che, né desidero dilungarmi sul fatto che l’uso di medicine chimiche non sempre aiuta il nostro sistema psicofisico a guarire, ma di certo ali- menta il foraggiamento di compagnie industriali per le quali il benes- sere umano sembra essere l’ultimo dei loro scopi. È oramai noto che l’uso sistematico e massiccio di medicinali chimici procura l’abbassa- mento del livello energetico del corpo nonché effetti collaterali anche gravi, come afferma la stessa pubblicità dei prodotti farmaceutici, comunicazione al pubblico obbligatoria per legge. Come del resto è obbligo imposto dalla legge anche quello di scrivere ‘il fumo uccide’ sui pacchetti di sigarette. Nonostante ciò, il grande pubblico continua a considerare questi prodotti come la panacea di tutti i mali, così come i fumatori continuano a fumare.

Siamo dunque di fronte ad un potente condizionamento che ci ha convinto che l’unico modo per guarire sia quello di ricorrere all’uso di

 

medicinali chimici non appena si presenta un sintomo. Un condizio- namento, questo, che ci ha portato lontano dall’ascolto del nostro corpo e dai suoi segnali; una diseducazione martellante e progressiva che ci ha convinto che la maniera giusta di agire con il nostro corpo sia quella di bloccare sul nascere l’insorgenza di un sintomo senza inda- gare sulle sue cause più profonde; che ci ha fatto dimenticare quanto corpo e mente siano profondamente interrelati e quanto lo siano tutti gli esseri viventi. Un condizionamento infine – e non solo in questo campo – che si sta rivelando essere un’arma micidiale con la quale il potere sta riuscendo a pilotare una massa composta di miliardi di per- sone. È dunque necessario e urgente risvegliarsi a sé stessi per poter prendere in mano le redini della propria vita.

Siamo in molti ad essere convinti che in questo straordinario periodo di grandi rivolgimenti, la risposta a chi cerca di intraprendere un percorso di conoscenza interiore, sia più celere, quasi immediata. In questa epoca è difatti sufficiente nutrire il desiderio di volere vera- mente cambiare, di volere veramente liberarsi dal senso di infelicità o insoddisfazione opprimenti, di volere veramente dare spazio alla pro- pria percezione interiore, per mettere in moto una serie di situazioni ed eventi sincronici che ci portano esattamente lì dove volevamo arri- vare. È necessario però che vi sia un reale desiderio di liberazione ed una reale e forte motivazione, elementi fondamentali per intrapren- dere un percorso di conoscenza interiore e di guarigione, ma che tut- tavia non si possono dare per scontati, visto che per arrivare a nutrire una forte motivazione è necessario avere già scelto di non porsi come vittime di fronte alla vita, bensì come esseri umani consapevoli nonché responsabili del proprio destino e della propria vita.

Accettare di assumersi la responsabilità della propria vita e di quanto in essa accade, non è cosa scontata né semplice, tuttavia è indi- spensabile. Senza aver compiuto consapevolmente questo passo, qual- siasi percorso intrapreso risulterà sterile. Non a caso gli scritti qui pre- sentati sottolineano quanto sia importante che le persone che decidono di partecipare ad una cerimonia di Iboga lo facciano con una chiara e forte motivazione e con una piena accettazione del ‘principio di assunzione della responsabilità della propria vita’, conditio sine qua non di un serio e fruttuoso percorso interiore di conoscenza e guari-

 

gione. Perché è così importante?

Prima di tutto perché un tale atteggiamento ci porta automatica- mente al di fuori del ruolo di vittime, ovvero di persone che hanno dimenticato quanto l’essere umano sia potente, che hanno cioè abdi- cato al proprio potere conferendolo a qualcosa al di fuori di sé. Chi si pone come una vittima davanti alla vita infatti, tende ad addossare la responsabilità della propria infelicità al di fuori di sé. Non vi è alcun dubbio che le cose che ci accadono dipendono anche da eventi ‘esterni’, tuttavia è altrettanto certo che ponendoci come vittime di fronte agli eventi sfavorevoli, si perde la grande occasione di com- prendere il motivo per cui essi ci accadono. Insomma, è una questione di ‘tenere il timone’ e di stabilire quindi l’unico punto fermo sul quale possiamo contare quando si intraprende un cammino di conoscenza e guarigione interiore: la realtà, la nostra realtà non è che uno specchio di quanto noi stessi mettiamo in atto. Se non decidiamo di assumerci la responsabilità di questo scomodo ma oramai innegabile fatto e di voler scoprire chi veramente siamo e da cosa veniamo mossi e/o gui- dati, rischiamo di delegare il nostro potere a qualcosa al di fuori di noi, ciò che, in altri termini, equivale al rifiuto di uscire dall’utero materno. Chi ha compreso questa verità è inevitabilmente entrato in una condi- zione di apertura e di umiltà ed ha altresì capito che si tratta anche di una questione di rispetto per sé stessi. Se non siamo in grado di rispet- tare noi stessi non siamo neanche in grado di rispettare veramente gli altri esseri umani, gli esseri viventi, la terra che ci ospita.

Mi sono dilungata su questo aspetto perché, come si evince dagli scritti qui presentati, l’approccio al Kambo e all’lboga non può pre- scindere prima di tutto dal rispetto per queste medicine, o meglio, come afferma più volte Giovanni Lattanzi, dal rispetto per lo Spirito di queste medicine. Ci troviamo difatti nel campo della medicina scia- manica, per la quale l’impiego di sostanze enteogene avviene nel con- testo di specifiche cerimonie e rituali. Lo stesso termine ‘guarigione’ qui impiegato, non va inteso – nel senso della medicina occidentale – come guarigione da una patologia fisica, ma esclusivamente come gua- rigione spirituale, una guarigione più profonda che ha effetti su tutti i piani dell’essere umano, incluso quello fisico. Nel contesto sciamanico il piano fisico viene considerato come un ‘riflesso’ di un livello di ener-

 

gia che lo include e lo trascende e che non è accessibile tramite un approccio razionale perché è una dimensione che sconfina nel Mistero stesso della vita. Per non incorrere nell’equivoco dell’uso del termine ‘medicina’ nel senso della medicina occidentale, ovvero della medicina moderna a base scientifica, vale la pena ricordare che sia il Kambo che l’Iboga nel contesto delle tradizioni antichissime cui appartengono, vengono applicati a tutti, sani o malati che siano.

Il temine ‘medicina’ che in questo libro viene impiegato sempre nel senso di ‘medicina sciamanica’, può essere reso anche con Sacramento, vale a dire un elemento naturale che in un determinato contesto reli- gioso si ritiene detenga il potere di far accedere ad un’esperienza sacra. In questo senso sono Sacramenti sia il Kambo che l’Iboga che, nei loro contesti di origine, non vengono considerati come medicine utili per curare dei sintomi, ma come elementi naturali dotati di uno Spirito. Avere la possibilità di potervi accedere, in questa epoca e nel nostro mondo, è per tutti noi una grande fortuna e un grande privilegio. Gra- zie al lavoro svolto da veri e propri pionieri che si sono impegnati assi- duamente nel portare in Occidente queste autentiche vie di guari- gione, molte persone oggi, nelle nostre città, hanno la possibilità di avvalersi di validissimi alleati nel processo di guarigione interiore e di dare una sterzata verso una dimensione di apertura e positività.

Per questo ritengo sia importante diffondere questo libro: è un valido aiuto per accedere alla conoscenza di due straordinari mezzi di guarigione. Allo stesso tempo, è un esempio di attuazione di una diversa modalità di vivere su questa Terra, improntata sulla ‘ecologia del comportamento’, su un’ecologia, cioè, non solo riferita all’am- biente, ma anche e soprattutto, alla cura del proprio comportamento verso di sé e verso gli altri.

Leggendo e rileggendo questo lavoro, del quale ho curato l’editing, mi è spesso venuto in mente un fatto che ritengo importante. Sono infatti convinta che molte persone reagiranno con ironia e sarcasmo davanti ad espressioni quali “lo Spirito della pianta mi ha comunicato che..” o simili diciture che sono senz’altro legate ad un mondo – ani- mistico, sciamanico e via dicendo – che noi in quanto Occidentali siamo abituati a relegare in campi ben precisi: etnologia, antropologia, storia delle religioni ecc., campi che si intendono o che è sottinteso

 

vadano intesi come separati da noi, chiusi in compartimenti stagni che non ci toccano. Ebbene, credo che una delle particolarità di questo libro sia quella di testimoniare esattamente il contrario. Gli Occiden- tali del terzo millennio stanno soffocando sotto i diktat che ci stanno facendo guerra, a noi esseri umani, e stanno cercando in tutti i modi di snaturarci. Come dire, l’umanità, almeno una parte, è pronta a diventare robotica: al bando il sentire, il percepire, che sia soppresso il contatto con l’anima. Questo il diktat. Bene, c’è chi, come Giovanni Lattanzi, come chi scrive o come le centinaia di persone e studiosi citati in questo libro, c’è chi non ci pensa affatto a snaturarsi ma sta bensì lottando per ristabilire in noi, in quanto umani, quell’equilibrio e quella connessione con lo Spirito che in tutti i modi si sta cercando di recidere. Dunque questo libro rappresenta una testimonianza in fieri di una ricerca, di un procedere. Tuttavia, ritengo sia giusto dare a chi legge la possibilità di approfondire la ricerca, documentare le fonti, dimostrare da dove viene una determinata affermazione e perché. Da qui la presenza di note che hanno questo preciso scopo. Si tratta infatti di congiungere due mondi che fino ad ora sono rimasti separati, il mondo della scienza e quello della ricerca interiore. La separazione non aiuta mai nessuno e nulla, in generale. Credo che in questo caso si sia compiuto uno sforzo per aprire i varchi e incontrare chi, dall’altra sponda, ha alla fine, le stesse esigenze di noi tutti, sentirci vivi, essere in grado di onorare la vita, di riconoscere la sacralità che questa porta in sé. Buona lettura.

Lella Antinozzi

Recensione di Alessandro

Perché il libro “Kambo e Iboga” di Giovanni Lattanzi è un libro di importanza capitale? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe farne un’altra di domanda, che precede questa, ovvero: “Per chi, il libro di Lattanzi sarebbe preziosissimo da leggere? Non è un gioco di parole, è che la caratteristica principale di questo libro è che esso sembra  rivolgersi a qualcuno in particolare, un qualcuno che sembra proprio essere  una persona reale, un interlocutore in carne ed ossa, forse un amico. Questa è la domanda nascosta che si dipana lentamente nella testa del lettore mentre si addentra nelle pagine di questa indagine diretta sull’argomento: “sta parlando con me?”,  “ mi riguarda ciò che racconta?”. In tal senso la vera chiave enigmistica è risolta nel rendere un tema avvolto nel mistero (secondo i canoni della cultura medico-scientifica occidentale),  pienamente illuminato in ogni singolo passaggio, il più ermetico o il più esotico, con la stessa chiarezza e levità di un racconto di lineare buon senso. E sentire la linea diretta tra lui e noi, tra il particolare e l’universale. Come sia Giovanni riuscito ad agire in modo tanto semplice su una materia di partenza così complessa, al punto da trasformarla in una narrazione placida e avvincente, si capisce solo prendendo atto di quanta vasta sia stata la sua ricerca. Non si intende qui la ricerca intorno all’argomento in quanto tale, si intende la Ricerca…. nella sua vita. La qual cosa passa dal realizzare quanti fili compongano il suo arazzo esistenziale e quale esito sia in grado di darci un disegno che è il frutto di un processo quasi dantesco, dentro e fuori o sui bordi delle cose:  dai gironi più densi e ardui della scoperta di sé, ai limbi tra mondi dove ci si sente arenati e senza traiettorie, fino alle vette di epifanie profonde, ad aperture smisurate alla Vita, a rivelazione di sé o di ciò che viene definito in modo più altisonante, rivelazione del Sé. E’ questa Ricerca, di ordini più consistenti del Reale, che consente alla cosiddetta ricerca sul campo di prendere forma e stagliare come trattato vero e proprio. E  nel caso di questo titanico lavoro la ricerca è sia scientifica in senso stretto, che medica, antropologica, filosofica,  artistica, psicologica ed infine spirituale, nell’accezione più estesa del termine. Il testo riassume mirabilmente quell’antico adagio del popolo nativo americano dei Lakota che recita così: “Camminare le parole”. Indicando con ciò la differenza tra un modo di fare e di essere autentico e uno opposto che mette nella comunicazione verbale dei contenuti astratti (giusti o sbagliati che siano), impersonali, non vissuti. Ovvero parole che escono solo dalla bocca e vengono concepite solo dal linguaggio, come prodotto o sottoprodotto di una piccola porzione della mente, in opposizione a quelle parole che invece sortiscono dall’essere state vissute da chi le pronuncia, ‘camminate’ appunto. Parole  corporalmente attraversate, le cui implicazioni sono dati di esperienza e non teoresi.  Chi ha camminato le proprie parole più difficilmente mentirà. Mentire sarebbe mentire a se stessi. Chi cammina le parole che dice, misura in passi concreti il Sapere dietro tali parole, sapendo l’enorme responsabilità che comporta depistare chi è in cerca di una risposta o deve assolutamente raggiungere un luogo dell’esistenza meno infausto e doloroso di quello in cui si trova. Ebbene, Giovanni incarna in ogni minima piega di questo lavoro questo motto. Le sue parole sono tutte camminate. E si sente, si sente il rumore dei passi mentre le si legge. Ecco già sfoltirsi la nebbia intorno all’enigma di chi sia l’interlocutore del libro, dal momento che se le parole sono state camminate esse interrogano il lettore innanzitutto su questo: “tu, lettore, vuoi camminare le tue parole?

Chi fosse più avvezzo con gli argomenti che tratta Giovanni Lattanzi in questo sostanzioso trattato potrebbe affermare più speditamente che gli Spiriti delle piante Maestro, la liana amazzonica Ayahuasca e Ia corteccia sacra  africana Iboga o lo spirito della rana Kambo stanno parlando attraverso la voce di Giovanni e stanno chiamando il lettore a sé. Io non voglio diminuire la verità di questo pensiero, però non voglio concedere a questa interpretazione tutto il merito del risultato, valutando invece quanto sia proprio il Percorso umano di Lattanzi a rendere così efficace questa eventuale ‘chiamata’ spirituale. Un percorso, il suo, che si manifesta a partire da una dose massiccia di tentativi di emancipazione da catene culturali pesanti ed invisibili (finche’ non  si rende conto che per quanto invisibili riescano a rendere i suoi prigionieri molto effettivi); di evoluzione interiore, con tutto il corredo di strumenti che sono necessari a tale crescita, a cominciare da una formazione filosofica e intellettuale non trascurabile che sta alla base di una certa competenza a discriminare, tra paccottiglia e cose di valore, (elemento quest’ultimo che negli ambienti esclusivamente spiritualistici e non quelli sinceramente spirituali, viene molto spesso associata a cerebralità sterile, laddove invece per millenni è stato il solo modo per non cadere molto in basso); una vocazione artistica che si è misurata con la scrittura, con la poesia ed in particolare con la pittura e più segnatamente con la pittura in azione nella forma della performance. Un filosofo che fa arte, per definizione, sta già necessariamente camminando tutte le parole che ha studiato e approfondito, senza bisogno di chiedere altre patenti di onestà di pensiero, in quanto l’arte da sola è come una muraglia cinese che non permette di passare se non si hanno tra le mani valide prove della propria motivazione a qualcosa di più tangibile che un mero concetto ben esposto. L’arte di Lattanzi, antiretorica e votata alla ricerca di un’immediatezza del gesto e del contatto con l’ ’altro’ (come si può andare a vedere da alcuni suoi video rimasti sui ritratti all’improvviso) ha passato il Rubicone dell’esibizione di una dottrina a porte chiuse e si è immersa interamente nelle acque dove l’autenticità è un comandamento da onorare a qualunque costo, persino a costo di cadute clamorose o di deviazioni impreviste. La materia grezza non è indulgente nei confronti dei meri parlatori di parole. Ed io credo che tutte queste sottostanti espressioni dell’essere di Giovanni, in primis il pensiero applicato all’azione creativa, tenute lungamente a macerare come in una formula botanica antica, abbiano finito con il dare un esito imprevisto anche per lui, al di fuori del territorio cui si era abituato, vale a dire l’arte diretta o l’arte di guarire e prendersi cura degli altri. E lo abbiano portato, quasi come soggetto alla forza di un teletrasporto, in un territorio a lui più estraneo, quello di una scrittura saggistica, che è risultata essere però tecnicamente impeccabile.  Con protagoniste piante e animali sacri. Veniamo così introdotti a miti fondativi di popoli antichissimi, presentati qui con la dignità che spetta loro, ovvero come i protagonisti veri di questa trasmissione di saperi. Questi Popoli, ci viene fatto notare tra le righe, non sono stati per caso depredati dall’occidente in secoli di Complesso di Superiorità esercitato a loro danno su tutto il globo,  e malgrado ciò, sono ancora radicati indissolubilmente alla loro tradizione quantunque residualmente essa sia sopravvissuta.  Come ci illustra Giovanni nel passare da un esempio sui Naguàl di cultura Tolteca a una citazione dalla tradizione mahayana buddhista, il lettore è portato a visitare quei luoghi del pensiero cosciente dove tale evidenza distruttiva non ha bisogno di appellarsi alle ricostruzioni storiche meticolose, essendo più che sufficiente vedere come si sovrappongano in modo impressionante destini lontani tra loro geograficamente tuttavia identici nella loro matrice esistenziale e sapienziale. Da aspetti illustrati con dovizia di particolari, quali sono state le profezie mostruose avveratesi nella vita di un puro genio come l’inventore Nikola Tesla, all’aver riportato fedelmente le struggenti parole dell’antesignano di tutti gli ambientalisti moderni ovvero il Capo Seattle della tribù Duamish quando scrive la sua lettera mozzafiato al Presidente degli Stati Uniti F. Pierce, nel 1854. Stesso scrupolo viene adoperato nell’illustrarci quali siano i processi di conoscenza di sé che si incontrano attraverso queste essenze naturali, denominati principi bioattivi, che operano a livello del sistema nervoso. Supportando ogni passo del suo racconto con riferimenti a studi accademici in ambito clinico o chimico-biologico su scala internazionale. Un esempio su tutti il renderci edotti sull’esistenza di un italiano illustrissimo nel mondo scientifico (quanto sconosciuto al pubblico generico), il biologo Vittorio Ersparmer  che per anni ha condotto studi decisivi sui polipeptidi presso l’Università La Sapienza di Roma, tra l’altro candidato al Nobel per ben due volte. Non meno esaustivo appare nel libro lo sguardo costante a figure di confine che hanno oltrepassato gli orizzonti della propria disciplina per aprirne di nuovi, facilitando l’annessione in ambiti più dogmatici di concetti e pratiche prima di loro considerate astruse. Un nome per tutti, lo psichiatra canadese Prof. Gabòr Matè,  con le sue illuminanti scoperte in particolare per i meccanismi alla base dei disagi di attenzione e la cura delle tossicodipendenze. Tutti questi esempi e molti altri che troverete nel libro (e nel cospicuo riferimento bibliografico alla fine), suffragano un’asserzione ormai irrefutabile, e cioè che popoli ancora visti come ‘selvaggi’ dal cliché archetipico eurocentrico sulle culture considerate primitive, praticano una medicina dall’alba dei tempi con risultati comprovati e in molti casi ancora inimmaginabili per noi, recanti una potenza di trasformazione e guarigione fuori da ogni ipotesi realistica, se ci arrestiamo ai precetti della medicina tecnocratica moderna. E che tale ‘irrealtà’ è in verità assai reale da millenni in vaste aree del pianeta e non più solo nella cornice di un’avventura di regressione e discesa esotica nelle giungle misteriose con improbabili sciamani, quanto piuttosto –finalmente- anche quando esaminate da equipe ipercompetenti, con camice bianco e microscopi elettronici, sottoposte a rigidi protocolli di verifica scientifica delle più prestigiose Università e dei Centri di Ricerca più all’avanguardia nel mondo.  Dove per guarigione non si intende più la sola soppressione di un sintomo, al contrario, guarire è quel processo che legge nel sintomo l’indicatore essenziale di quale sia l’origine nascosta, -la causa- che in tutte queste pratiche non è mai di origine fisica. E nemmeno psicologica. Non in modo esclusivo almeno. E’ invece indissolubilmente legata ad una dimensione più pregnante e onnipervadente che possiamo definire come spirituale, ricordandoci però che il termine ‘spirituale’ non ha alcun rimando alle culture monoteistiche nostrane ed quasi sempre sinonimo di relazione con il Tutto. Disturbo di relazione con Il Tutto, questa è la malattia in altre parole, qualsiasi malattia. E guarire, ci indica Giovanni, citando le fonti di più tribù e più epoche e più sistemi mitologici, consiste nel ripristinare lo squilibrio creatosi nella propria Relazione con Il Tutto. Esistono poi all’interno di questo insieme indiviso distretti specifici che possono essere la propria storia parentale, relazioni intime, vissuti dell’infanzia, traumi emotivi rimossi, reminiscenze di altre esperienze su altri piani della percezioni, come anche spiriti ostili, antenati che reclamano attenzione, malattie contratte in modo  imprevisto, o incidenti, e quant’altro si possa immaginare, non toglie che è sempre il Tutto il fondale in cui l’individuo, intenso come essere spirituale e non come corpo, viene ad imbattersi conflittualmente e a cui deve riallinearsi quando ha perso l’armonia con Esso. L’assunto di fondo di questo ricchissimo libro tuttavia non è solo di aggiungere un capitolo all’oramai estesissimo bagaglio di conoscenze di  medicine alternative di cui disponiamo, provenienti da altri continenti e culture, piuttosto di illuminare con una luce nuova un segmento di tale sapere, noto solo a pochissimi individui in Europa, qualcuno in più negli USA,  riguardante l’uso rituale e curativo in particolare della  corteccia del Gabon chiamata Iboga e dei suoi derivati in ambito clinico (ibogaina), e dell’essudato della rana amazzonica soprannominata Kambo. Più in particolare  del modo in cui nella sua pratica di iniziato innanzitutto e poi di facilitatore ed infine come guida, Lattanzi in prima persona ha sviluppato un suo sistema specifico di combinarne gli effetti con una meticolosa attenzione alle proprietà biochimiche naturali, alle loro interazioni, e sommamente all’effetto congiunto, moltiplicatore di benessere, delle due essenze. Non separandosi mai da questa modalità di stare sul confine delle discipline e dei linguaggi per non escludere nessuno dalla fruizione e della comprensione del fatto in sé.  Né tagliando fuori una persona con un approccio rigidamente cartesiano e copernicano, né accontentando però le aspettative fanciullesche di un ultrasperimentatore di sostanze psicotrope in cerca un po’ allegra di altri ‘viaggi’ nel mistero dell’esistenza.  Perché ad entrambi gli estremi dello spettro individuale questo libro riserva una sorpresa non da poco: il modo in cui sono miscelati i due linguaggi è talmente fine che l’amalgama che ne esce non è in alcun modo appannaggio di nessuno di questi estremi e delle loro aree di riferimento. Per questo è sorprendente leggerlo, perché il gusto è nuovo, come la scoperta dell’umami tra i quattro gusti classici. La lettura lascia a bocca asciutta il funambolo psichedelico che vuole sapere quanto ‘altrove’ lo possa condurre un’assunzione di Iboga, mostrandogli come dietro ogni assunzione ci sia un rigoroso processo psicologico, morale  e spirituale, di chiarificazione delle proprie intenzioni di purificazione, rinnovamento, espulsione della propria parte d’ombra, messa a nudo dei nodi subconsci che attanagliano la mente sulle stesse ferite e le medesime capitolazioni personali.  E di contro offre allo scettico che immagina di trovare evase tutte le necessarie maglie strette dell’analisi formale propria delle scienze, una sequela inesauribile di rimandi e di strutture logico-formali rispettate con zelo per condurre il parallelismo dei due binari fino alla stazione finale, che è l’apertura di una prospettiva nuova su un intero continente di concetti che si rivelano essere stati fin qui acquisiti per lo più solo sotto forma di preconcetti culturali atavici. Questo libro delicatamente eppure inesorabilmente mette in luce ad uno ad uno tali preconcetti contrabbandati come assunti oggettivi, restituendo la loro  vera valenza oggettiva a quelli che erano stati derubricati come effetti magici o peggio, baggianate da sciamannati in cerca di sballo. Su questo discrimine Lattanzi mette parecchio ordine, e usa la lama della competenza e dello studio per impedire che faccende altamente oggettive, oltre che sacre, vengano insozzate dal pregiudizio e dall’ignoranza, altresì rivendica che il territorio di questa ricerca non ha niente a che vedere con l’intrattenimento, anzi, è una faccenda molto seria. Tornando allora all’iniziale domanda su chi sia il lettore cui Giovanni si rivolge, dette queste cose, viene da pensare che sia stia rivolgendo a colui e colei che quantomeno non trova più ristoro in saperi non incarnati da chi li espone, che non è più attratto dalle fantasticazioni pseudo-mistiche su mirabolanti poteri di misteriosi sciamani, che non ha più voglia di perder tempo, insomma. E vuole conoscere, nell’accezione di una conoscenza fondata su base empirica e scientifica, ma soprattutto vuole capire ciò che conosce e ‘sentire’ tale conoscenza in modo diretto, relazionandola a ciò che già sa per mettere a confronto in maniera significativa ed operativa tali conoscenze. Questo lettore reale o in via di plasmarsi nella lettura in quel caso potrà venir introdotto a questioni altamente rarefatte come quello che in cui ci si imbatte negli stati di sogno e nelle dimensioni intrapsichiche della coscienza,  con metodo di comparazione costante tra regioni del mondo diverse e sistemi di consapevolezza diversa, che siano essi figli della Grande Tradizione dell’oriente induista e buddhista, che siano frutti dell’animismo sincretico dell’Africa Centrale, che siano le considerazioni di un praticante meticoloso e di lungo corso come lo è Giovanni delle arti marziali giapponesi e delle tecniche di meditazione e concentrazione della scuola Zen o infine le strategie di governo di sé messe a punto dalla maestosa tradizione Tolteca e da uno dei suoi massimi divulgatori recenti, noto nel mondo, vale a dire Carlos Castaneda. Ma Il punto di atterraggio di ogni comparazione è però sempre lo stesso: la messa a fuoco della questione su cosa sia davvero una sostanza bioattiva e come questa sostanza sia inserita in un contesto profondo culturale e spirituale, assai più che unicamente neurofisiologico. Spiegandoci cosa tale contesto ci indichi come esseri viventi in un ecosistema allargato ed interrelato in modo imprescindibile; e come tale collocazione venga manomessa brutalmente dal sistema economico e comportamentale dell’occidente a danno forse irreparabile di culture primarie che sono state sottomesse con la forza. Ed inoltre, di come sia arrivata ad un punto critico di collasso tale abuso, nonché come questo equilibrio -prima di spezzarsi definitivamente nella collettività e nel’ecosistema- si sia già vistosamente frantumato nel vissuto inconscio individuale di milioni e milioni di persone più o meno consapevoli di ciò; ed infine come solo una Riconnessione con questo paesaggio complessivo di appartenenza all’Essere e alla Natura come sua espressione tangibile, possa riportare l’essere umano in armonia con l’insieme della Vita.

Da questa disamina impietosa dello stato delle cose il bellissimo “Kambo e Iboga” valorizza e raccomanda enormemente il modo in cui l’Insegnamento di questi spiriti vitali che si materializzano in animali o vegetali, -portando nel proprio codice genetico tutta la sapienza dell’Evoluzione di milioni di anni- si combinino oltretutto in modo sorprendente tra loro e attuino sull’individuo malato fisicamente una guarigione psicosomatica profonda, e in quello che si sente malato interiormente una omologa guarigione somatopsichica. Oltretutto nel libro “Kambo e Iboga” possiamo goderci i resoconti in prima persona di diverse persone che si dicono guarite o addirittura “salvate” nel corpo e nell’anima da questi trattamenti, nonché i racconti di Giovanni sul processo delle sue varie iniziazioni a diverse profondità di consapevolezza di queste tradizioni. Molto risalto viene data alla Chiesa di tradizione sincretica del Santo Daime brasiliana con la sua pianta Yaghè , (più nota come Ayahuasca nella tradizione delle culture amazzoniche native), e non meno alla tradizione della religione Bwiti del Gabon  con la sua pianta sacramentale Iboga ed in infine con il Kambo della tribù dei Katukina  in particolare.

Senza enfasi e senza autocommiserazione Giovanni ci introduce da molto vicino a ciò che lo ha portato a decidere di procedere in una direzione di progressivo denudamento delle proprie vulnerabilità più intime, sia psicologiche e familiari, che fisiche, mostrando un autentico schiudersi dell’orgoglio e del senso di autoimportanza, verso una percezione di espansione del principio di individuazione agl’altri e alla vita in senso lato. In un atteggiamento di rivolgimento verso l’interno molto prossimo a ciò che potremmo definire libertà interiore, o per dirla come il buddhismo, di libertà dall’io. Queste pagine autobiografiche, a mio personale avviso, sono le pagine più belle e commoventi, quelle in cui Giovanni pur non cedendo a scivolare nel sentimentalismo parla senza peli sulla lingua anche dei suoi sentimenti negativi, dei suoi stessi automatismi distruttivi, e delle lacerazioni della sua vita privata, e di come si sia applicato a fondo, con inusuale umiltà, aggiungo io, per ottenere ciò che ha pregato di capire e trascendere senza autoinganni o scorciatoie. Queste pagine non perdono il tono del resto delle spiegazioni: sobrio, lineare, un understatment che ci mostra un tratto non scontato dell’evoluzione della sua stessa personalità grazie ai lunghi processi di morte e rinascita cui si è voluto sottoporre, rimettendo nelle mani di forze maggiori, (come lo sono gli spiriti delle piante e della rana per chi entra in risonanza con questo messaggio), la sua stabilizzazione ad un livello più alto e complesso di percezione della realtà, di salute e di luminosità del pensiero, quello che viene dal cuore. Se infine pensiamo alle correnti più lungimiranti del pensiero occidentale che oggi vengono raccolte e sviluppate finemente persino in un’enciclica papale dirompente come il “Laudato Sii” di Papa Francesco, dovremmo azzardare che siamo davanti ad una nuova interpretazione incarnata e realizzata di quella che venne nominata in altri tempi l’ Ecologia della Mente. Non va dimenticato di dire che ci sono ottime indicazioni per chi volesse non soltanto fare esperienza di una di queste medicine sacre ma anche diventarne un facilitatore, colui che dopo apposito tirocinio desiderasse iniziare a dare trattamenti ad altri. Ed in ultimo, ma non meno decisivo elemento, vorrei dire che questo libro che può apparire voluminoso rispetto all’argomento in questione, ha in verità la densità di uno sciroppo, un concentrato, la quintessenza di un sapere. Ma poiché non c’è una sola parola di troppo, ma nemmeno c’è n’è una da aggiungere, comprando questo sciroppo densissimo voi non state comprando un libro per intrattenervi, state comprando un enciclopedia botanica olotropica che è al contempo un diario di viaggio confidenziale, e anche un trattato di religioni che è assieme un dialogo modernissimo a tu per tu tra persone curiose, un monologo interiore, con momenti di puro lirismo, che si sovrappone ad un pamphlet contro l’erosione dei valori che reggono il nostro ecosistema interno ed esterno. In qualche caso è un breve dizionario filosofico, rivisitato alla luce dell’ impatto con l’Altrove di culture antichissime, che poi si rimescola con una seduta di analisi  del profondo junghiana, e poi di nuovo con un volo sulle varie verità e bugie intorno al mondo della psichedelia vera, quella presunta  e quella che psichedelia non è. Infatti sia nella pianta africana che nella rana amazzonica non ci sono sostanze neurotossiche al loro interno, che per definizione andrebbero quindi ad impattare sul cervello umano con un’alterazione esterna, bensì ci sono le suddette proprietà bioattive, le quali stimolano i recettori del cervello a produrre o far circolare una sostanza endogena  che è già presente nel nostro organismo, al solo scopo di facilitarne la funzione. Una funzione calcificata e ottenebrata dal nostro stile di vita e di pensiero, ciò nondimeno presente da sempre nell’organismo. Insomma, leggendo questo libro vi portate in casa un ricettario di intelligenza applicata alla ricerca interiore e una mappa dettagliata di territori che vanno attraversati con serietà di intenti, passione per la verità, disponibilità alla trasformazione del proprio piombo materico in oro metafisico. Senza allontanarsi un passo da Madre Natura e ricollegandosi al proprio ruolo di figli, non di affittuari insolventi.  Come in poche altre letture la densità è cosi leggera e necessaria. Come in poche altre letture c’è un indice così spiccato di sincerità e uno così basso di sensazionalismo. Come in poche altre letture si sente risuonare in testa il detto di Pascal, monito per eccellenza a fare un passo avanti verso la conoscenza di noi stessi e del posto che occupiamo nel Cosmo: “Il cuore ha delle ragioni che la Ragione non conosce”. Grazie Giovanni, per questo sacrificio di generosità, rivolto a tutti noi. Leggetelo. Leggetelo. Leggetelo!

Recensione di Ivan

Kambo E Iboga” è un libro illuminante scritto da Giovanni Lattanzi, uno “sciamano” europeo che per primo ha elaborato un metodo di guarigione spirituale usando una sinergia di Kambo e Iboga. C’è da dire che in Italia poche persone sono a conoscenza delle proprietà terapeutiche e spirituali di questi due potenti endogeni: il primo, il Kambo, è la secrezione di una rana dal nome scientificoPhyllomedusa bicolor, presente in Amazzonia, chiamata anche “sapo”; mentre l’Iboga è la corteccia della radice di una pianta sacra, la Tabernanthe iboga, presente prevalentemente in Gabon e in Camerun. L’autore, in questo libro, ci illustra la funzione di Kambo e Iboga nel loro contesto di origine e non solo, essendo infatti lui stesso un facilitatore, aggiunge alle sue considerazioni personali anche interviste, una meticolosa raccolta di ricerche antropologiche e scientifiche, e testimonianze varie di chi, grazie a queste medicine sciamaniche, è riuscito a migliorare la propria condizione di vita.

Medicine sciamaniche è il termine a mio avviso maggiormente appropriato per definire Kambo e Iboga, non si tratta certo di medicine come le intendiamo noi occidentali, per curare semplici sintomi di malessere quotidiano, bensì dei veri e propri sacramenti, elementi naturali dotati di unoSpirito che permettono a chi ne fa uso di accedere ad un’esperienza sacra in un contesto religioso-sciamanico. Nelle prime pagine del libro, al capitolo 2 “Kambo e Iboga in sinergia”,Lattanzi scrive: “Con il Kambo e l’Iboga utilizzate in maniera sinergica possiamo attraversare un profondo processo di crescita nel giro di alcuni mesi invece di impiegarci degli anni. C’è difatti chi ha paragonato una cerimonia di Iboga a 10 anni di psicoterapia. In realtà c’è una notevole differenza tra una cerimonia di Iboga e dieci anni di psicoterapia: il conto.

Kambo e Iboga, come ho detto all’inizio, sono elementi di guarigione ancora pressoché sconosciuti in Occidente, o almeno lo erano fino a pochi anni fa, infatti grazie a dei facilitatori europei come Lattanzi, seri e professionali, oltre che esperti e competenti, questi due endogeni si stanno rapidamente diffondendo in Europa. Anche sul web iniziano a comparire le prime notizie, testimonianze di esperienze personali, che raccontano come queste medicine di origine sciamanica aprono la strada verso un maggiore senso di pienezza e realizzazione della propria vita, indirizzando l’individuo ad un processo di guarigione interiore. E in questo libro di Giovanni Lattanzi, tutto viene spiegato in maniera articolata, olistica, con maestria indiscussa, e tante note di riferimento per eventuali e ulteriori approfondimenti.

Ma il testo non si limita solo a Kambo e Iboga, troviamo infatti un capitolo dedicato a Nikola Tesla, che testimonia come sogni e visioni abbiano cambiato il nostro mondo, e un altro intero capitolo dedicato alla tradizione tolteca di Don Juan e Carlos Castaneda, e ai loro segreti sciamanici. Un libro da non perdere assolutamente, un lavoro prezioso che vi arricchirà interiormente e vi permetterà di ampliare la vostra conoscenza sulle medicine sciamaniche, fornendovi una nuova e sorprendente visione di guarigione, coniugando perfettamente l’aspetto scientifico con l’aspetto spirituale della ricerca interiore.

Se vuoi lasciare la tua testimonianza, contattaci! Grazie.